Milano, 31 gennaio 2026 – Il chatbot Claude, messo a punto dalla società americana Anthropic, sarebbe stato addestrato usando testi e musica di circa 20 mila canzoni. La notizia, trapelata ieri sera dalle principali agenzie internazionali e rilanciata questa mattina dai media italiani, ha riacceso il dibattito sul delicato tema della tutela del diritto d’autore nell’era dell’intelligenza artificiale. Fonti vicine all’azienda, interpellate dal New York Times, non hanno negato l’impiego delle canzoni ma hanno preferito evitare commenti in attesa di chiarimenti più precisi.
Canzoni dentro il motore dell’AI: cosa sappiamo
Secondo il New York Times, tra i contenuti usati per “insegnare” a Claude ci sarebbero opere di autori ed editori musicali dagli Stati Uniti, dall’Europa e dall’Asia. Alcuni titoli, scrive il quotidiano, sarebbero facilmente riconoscibili da chi lavora nel settore. Un portavoce dell’azienda ha spiegato che il materiale proviene da “fonti disponibili online”, senza però specificare se si tratti di archivi liberi o protetti da copyright.
«La questione non è affatto chiusa», commenta un esperto legale della Columbia University intervistato dal quotidiano americano. «Se un’intelligenza artificiale si forma su testi coperti da diritti senza permessi, si rischia davvero una violazione dei diritti degli autori». Per ora, però, nessuna denuncia formale è stata presentata negli Stati Uniti contro Anthropic.
L’allarme nel mondo della musica
Nel settore discografico la notizia ha creato un certo allarme. La Recording Industry Association of America (RIAA), che rappresenta le maggiori case discografiche statunitensi, ha annunciato di stare “valutando tutte le opzioni”. Anche l’associazione italiana degli editori musicali, contattata questa mattina da Alanews.it, ha ribadito che «la proprietà intellettuale va rispettata anche quando si parla di intelligenza artificiale», sottolineando però l’assenza di regole chiare in Europa.
Gli editori attendono di capire se anche i loro brani siano finiti nel training di Claude. «Nessuno ci ha chiesto il permesso – confida una fonte romana legata a una major discografica – e se scopriremo che sono state usate le nostre canzoni, valuteremo con i nostri legali come muoverci».
Il vuoto normativo che complica tutto
Il vero problema resta la mancanza di regole precise. Al momento non c’è chiarezza su come possano essere utilizzati i dati protetti da copyright per addestrare le intelligenze artificiali. In Europa la discussione va avanti da mesi sulla possibilità di introdurre limiti più rigidi. Ma il cosiddetto AI Act, ancora in fase di definizione a Bruxelles, lascia molto spazio alle interpretazioni.
In Italia le società di collecting come SIAE e Soundreef preferiscono tenersi prudenti. «Siamo in attesa – spiegano fonti interne – monitoriamo la situazione e lavoriamo con le nostre colleghe europee per trovare una linea comune». Al momento non sono previsti incontri ufficiali con le grandi aziende tech.
La risposta (vaga) di Anthropic
Nelle ultime 24 ore sul sito ufficiale di Anthropic non è comparso alcun comunicato. Un portavoce contattato via mail dalla stampa americana si è limitato a dire che la società “rispetta tutte le leggi sulla proprietà intellettuale” e che “qualsiasi contestazione verrà gestita nelle sedi appropriate”. Parole scontate che ricordano quanto accaduto lo scorso anno con OpenAI, quando autori americani avevano avviato una class action per presunta violazione del copyright durante l’addestramento dei chatbot GPT.
Gli analisti avvertono che le aziende tech potrebbero dover rivedere al volo i loro modelli formativi, eliminando materiali protetti o firmando accordi ad hoc. Un compito tutt’altro che semplice visto che spesso è impossibile ricostruire esattamente quali dati sono stati usati.
L’incertezza resta alta
Nel mondo della tecnologia il dibattito si fa sempre più acceso. Molti chiedono trasparenza su quanto e come l’intelligenza artificiale possa “imparare” dal lavoro creativo degli altri. «Serve una discussione pubblica seria – ha ammesso ieri sera un docente del Politecnico di Milano – siamo davanti a un passaggio molto delicato. La tecnologia corre veloce ma la legge sta ancora arrancando».
Intanto il settore musicale rimane in allerta con un interrogativo che gira ormai da mesi: chi proteggerà la creatività umana dall’ingordigia degli algoritmi? Per ora nessuno ha una risposta sicura.





