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La conferenza di Copenaghen sul clima: successo o fallimento?
L’insuccesso dell’applicazione del Protocollo di Kyoto
non ha scoraggiato i sostenitori della necessità di ridurre
le emissioni di gas serra, che hanno previsto l’avvio di una
seconda fase, nella quale si dovrebbe finalmente conseguire la stabilizzazione
delle emissioni stesse attraverso la riduzione dei consumi e il
massiccio impiego delle energie alternative. Analizzando obbiettivamente
e senza pregiudizi la scarsa, finora, adesione al Protocollo non
si può non sottolineare come questa sia derivata sostanzialmente
dalla mancata osservanza degli accordi da parte dei più grandi
Paesi emettitori come gli Stati Uniti e le nuove potenze economiche
emergenti Cina, India, Brasile, Corea del Sud. La elezione di Obama
alla Presidenza degli USA e le dichiarazioni rilasciate all’indomani
della sua elezione hanno tuttavia riaperto il dibattito, per altro
mai sopito, sui problemi della salvaguardia del clima. Obama ha,
infatti, confermato di considerare l’attuazione di misure
per la riduzione dei gas serra tra le priorità della sua
amministrazione ed ha nominato responsabile del DOE (Dept. Of Energy)
Steven Chu, un illustre scienziato insignito del Premio Nobel. Questi
primi atti hanno dato l’impressione che qualcosa finalmente
si stesse muovendo nel verso di andare incontro alle esigenze poste
dalla ratifica del Protocollo di Kyoto.
Le iniziative del Presidente USA hanno, pertanto, caricato di un
significato particolare il Vertice che si è tenuto a Copenaghen
nel corso del quale dovevano essere assunti impegni vincolanti in
merito alla riduzione delle emissioni di gas serra. In questa prospettiva
si era mossa la Unione Europea che aveva proposto un documento di
lavoro in cui erano previsti per il 2020 i seguenti obbiettivi:
i) diminuzione delle emissioni nella misura del 20% rispetto ai
livelli del 1990, ii) fabbisogno energetico europeo coperto per
il 20% da fonti rinnovabili e iii) riduzione del 20% dei consumi
energetici.
Tuttavia la proposta, sicuramente ambiziosa, non teneva conto delle
posizioni assunte dagli altri Paesi, che hanno responsabilità
non trascurabili nel dare luogo alla crescita della concentrazione
di gas serra in atmosfera. Di fatto, preceduta da una consistente
attività di preparazione con la stesura di una road-map finalizzata
al raggiungimento di un accordo vincolante per i paesi partecipanti,
la Conferenza di Copenaghen, apertasi con grande risonanza mediatica,
ha riproposto le divisioni tra gli Stati, che vanno avanti ormai
da oltre un decennio (la Conferenza di Rio de Janeiro è del
1992 e il Protocollo di Kyoto del 1996) e che vedono posizioni distinte
e contrapposte tra Paesi sviluppati, Paesi emergenti e Paesi in
via di sviluppo. I Paesi del primo gruppo sarebbero pronti a fare
la loro parte malgrado le incertezze ancora presenti nella posizione
degli USA, che per altro per la prima volta hanno dimostrato di
avere consapevolezza del problema, prevedendo anche un consistente
impegno per gli aiuti ai paesi in via di sviluppo (PVS). I Paesi
emergenti, temendo che l’impegno a ridurre le emissioni possa
portare ad un rallentamento della crescita economica, non accettano
vincoli troppo cogenti e si fermano ad una adesione di principio
senza fissare limiti e scadenze. I PVS infine, addossando la responsabilità
del degrado ambientale ai Paesi ricchi, reclamano per fronteggiare
i problemi derivanti dal cambiamento del clima un intervento ed
un supporto economico più consistente rispetto a quello che
i Paesi sviluppati sono disposti a concedere, data l’attuale
crisi economica, dalla quale non si è ancora usciti.
La conclusione per salvare il Vertice è stata l’approvazione
all’ultimo momento di un documento generico, fortemente voluto
dal Presidente USA, che rimanda però ogni impegno vincolante
ad altra riunione delle parti da tenersi il prossimo anno. Unico
punto rilevante è l’affermazione di voler contenere
l’aumento della temperatura del Pianeta entro 2°C, limite
oltre il quale il cambiamento non sarebbe più gestibile:
sembra a chi scrive che, aldilà della buone intenzioni, un
proposito di tale genere sia mal posto perchè se le attuali
tendenze climatiche dovessero dipendere, come è possibile,
dalla variabilità naturale, fissare un limite al cambiamento
non avrebbe alcun senso.
L’esito della riunione è stato variamente giudicato:
alcuni commentatori hanno giudicato deludenti i risultati della
Conferenza e, giocando sul nome della capitale danese, hanno affermato
che il summit, nato come vertice della speranza (Hopenaghen) è
sostanzialmente fallito (Flopenhaghen). Altri, tra i quali il rappresentane
delle NU per i problemi del clima Yvo de Boer, hanno invece visto
una qualche positiva novità nella decisa iniziativa degli
USA, che hanno per la prima volta dimostrato di prendere sul serio
il problema della salvaguardia del clima, stanziando per gli aiuti
ai PVS una cifra che pur non soddisfacendo gli interessati, rappresenta
sicuramente un impegno non trascurabile, e nelle posizioni assunte
dai Paesi emergenti che, pur non accettando vincoli, hanno espresso
la loro reale disponibilità a contribuire al controllo ed
alla riduzione delle emissioni.
Michele Colacino
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